L’ETA’ DEL FASCISMO, DELLA GUERRA E DELLA RICOSTRUZIONE
(1925-1956)

QUADRO CRONOLOGICO e LINEE GENERALI DELLA CULTURA ITALIANA
L’età considerata va dalla svolta dittatoriale del fascismo, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, fino al 1956, anno in cui culmina la fase di maggior tensione della guerra fredda e, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, segna da una parte il massiccio allontanamento degli intellettuali dal Partito comunista, dall’altro l’irruzione della società dei consumi con l’inizio di quella fase storica che sarà ricordata come l’età del miracolo economico.
In mezzo ci sono gli anni della dittatura, della guerra e della ricostruzione.
All'inizio la cultura e la letteratura sembrano ritrarsi in un silenzio di protesta dovuto alla perdita della libertà d’espressione. Dal ritorno all’ordine della poesia teorizzato dagli scrittori della rivista La Ronda, si arriva alla chiusura nella torre d’avorio degli intellettuali cultori della poesia ermetica.
Antonio Gramsci, che si ostina a predicare un impegno che dia finalmente al paese una letteratura nazionale e popolare, finirà i suoi giorni in carcere.
Durante la guerra e soprattutto dopo l’8 settembre, quando inizia la Resistenza antifascista, si comincia a respirare un’aria nuova, una nuova atmosfera che si regge sul bisogno di ridare dignità ad un’esistenza e a una generazione; un impegno che si traduce nella stagione narrativa e cinematografica del neorealismo, in cui il bisogno di testimoniare l’esperienza vissuta e di mitizzare il clima euforico dell’avvenuta liberazione, porteranno alla realizzazione di alcuni tra i maggiori capolavori narrativi e cinematografici del secolo.
La lezione di Gramsci ritorna centrale in questa fase storica, in cui oltre alla ricostruzione materiale di un paese distrutto, è fortemente avvertita l’esigenza della ricostruzione morale della nazione.
L’impegno si esprime anche nelle numerose traduzioni di autori stranieri, soprattutto americani e russi, mentre si comincia a diffondere il mito americano, veicolato direttamente dalle truppe d’occupazione negli anni ’40 e dalla traduzione italiana dei principali romanzi che narrano l'epopea di quella società. Con la fine degli anni ’50, a ricostruzione completata, il clima cambia, soprattutto in virtù dell’affermarsi di una nuova civiltà del benessere e dei consumi, con la diffusione dei primi grandi beni duraturi di consumo: la televisione, gli elettrodomestici, l’automobile.

SCIENZA, FILOSOFIA, ARTE E IDEOLOGIE DOMINANTI
In questi anni le filosofie dominanti sono quelle del NEOPOSITIVISMO, elaborata dagli epistemologi (filosofi della scienza) del Circolo di Vienna, il cui massimo rappresentante è Werner Karl Heisenberg, con il suo PRINCIO DI INDETERMINAZIONE,- e l’ESISTENZIALISMO, che ha come massimi rappresentanti il filosofo tedesco Martin Heidegger (Essere e Tempo, 1927) e quello francese Jean Paul Sartre (L’essere e il nulla, 1943).
La psicoanalisi a sua volta si rinnova, grazie al contributo di Carl Gustav Jung, vero caposcuola della seconda generazione. I suoi studi rivalutano l’inconscio collettivo a scapito dell’inconscio individuale.
Esso rappresenta un grande serbatoio di miti e archetipi, a cui attingono da secoli gli uomini e che costituiscono valori sempre vivi nel profondo della coscienza (la madre, l’eterno fanciullo, il padre-padrone, l’anima, la persona etc.)
Le avanguardie artistiche perdono la loro carica aggressiva e sovversiva e tendono alla normalizzazione.
Dal nazismo e dal fascismo sono considerate arti degenerate e come tali condannate e marginalizzate.
Solo il surrealismo continua a distinguersi, raggiungendo in questa fase i suoi risultati più maturi nella pittura (Mirò, Magritte, Dalì) e nel cinema (Bunuel).
A livello ideologico tendono a prevalere nella prima fase le visioni contrapposte del marxismo e del fascismo, mentre dopo la guerra s’imporrà in occidente la visione del democraticismo americano di Roosevelt, l’uomo che aveva risollevato gli USA dalla grande crisi degli anni ’30.
Inizia inoltre a maturare, tra i filosofi e i sociologi della Scuola di Francoforte, quel pensiero critico della società che fornirà le basi ideologiche al movimento di contestazione delle sue strutture tradizionali (famiglia, scuola, stato), che esploderà nel ‘68.

NUOVE TENDENZE IN POESIA E NARRATIVA

In questo periodo si affermano in poesia due linee di tendenza: una più chiusa e rarefatta, volutamente oscura e inaccessibile, che si rifà all’Ungaretti del Sentimento del tempo, e prenderà il nome di ermetismo (o Novecentismo); l’altra, più impressionista e realista, che si rifà a Saba, e che prenderà il nome di Antinovecentismo.
Tra le due linee si colloca la figura originale di Eugenio Montale, la cui poesia evolverà, a partire dagli anni ’30, verso una nuova forma metafisica né simbolista né impressionista, che mirerà a recuperare la tensione dell’allegoria tipica della poesia dantesca.
In narrativa abbiamo un recupero del realismo, a partire dagli inizi degli anni ’30 e dal romanzo di Alberto Moravia Gli indifferenti (1929), che confluirà nella corrente del neorealismo a partire dall’immediato dopoguerra.
Il neorealismo, pur rifacendosi ai moduli narrativi ottocenteschi, tende ad un nuovo impegno politico e ideologico vicine alle prospettive di rinascita nazionale e popolare che erano state di Gramsci.

L’Ermetismo recupera ed estremizza la tendenza alla poesia pura, esclusivamente lirica ed estranea al discorso logico e ideologico che era stata dei simbolisti. Nasce attorno al 1932 e si sviluppa pienamente nel decennio che va dal 1935 al 1945 per opera di alcuni poeti, tra cui Alfonso Gatto, Mario Luzi e Salvatore Quasimodo (in quest’ultimo, Premio Nobel in letteratura nel 1959, non manca tuttavia un impulso convinto all’impegno politico e sociale).
L’ermetismo tende ad identificare poesia e vita, concependo l’essenza della poesia come uno stato di grazia e una forma insieme interiore e metafisica, spirituale.
La maniera ermetica mette al centro la parola con il suo valore evocativo e allusivo; il linguaggio risulta volutamente oscuro e a volte inaccessibile, l’intuizione lirica e l’analogia prevalgono sul discorso logico e su ogni possibile compromesso con la realtà storica; la poesia finisce per costituire la sola e vera realtà, oltre che la fonte privilegiata di conoscenza.
Sulla linea di Saba, ovvero dell’ANTINOVECENTISMO, si ritrovano altri poeti come Sandro Penna, Giorgio Caproni e Attilio Bertolucci. La loro poesia, d’impronta impressionista e anti-simbolista, non disdegna tratti popolareschi e modi espressivi prosastici e realistici, uniti all’impegno civile e alla riflessione su temi della contemporaneità.

IL ROMANZO REALISTA E NEOREALISTA
Il romanzo in Italia segue l’evoluzione del genere nel panorama europeo e americano e sconta la chiusura e la censura del regime fascista. La tendenza alla normalizzazione lo allontana dai moduli sperimentali d’inizio secolo, riproponendo forme narrative tradizionali, ottocentesche.
Sul piano dei contenuti però, s’impone con forza il bisogno di contribuire alla rinascita e alla ricostruzione del paese, insieme all’esigenza di trovare nuovi strumenti di dialogo con il vasto pubblico, che si voleva attivo protagonista e non solo passivo spettatore della vita politica e culturale del paese.
In questo clima nasce il Neorealismo, un’atmosfera comune, più che un vero e proprio movimento; esso rappresenta il prodotto immediato dell’ansia di raccontare e raccontarsi, di riconoscersi partecipi e protagonisti dell’esperienza della Resistenza e della Ricostruzione.
Da questa atmosfera emerge un insieme di voci, nella varietà dei dialetti e delle forme espressive.
Ricordiamo innanzitutto Alberto Moravia, che con la sua opera attraversa 60 anni di storia, dalla fase iniziale della normalizzazione (Gli indifferenti, 1929) a quella del neorealismo (La romana 1947, La ciociara, 1957) fino al superamento definitivo dei moduli del romanzo tradizionale.
Costante nella sua opera il tema della critica ai valori della borghesia, primi tra tutti il sesso e il denaro. (La noia, 1960)
Importante anche il contributo di Elio Vittorini, uno dei principali teorici e animatori della cultura dell’impegno,-con i suoi due romanzi principali, Conversazione in Sicilia (1937) e Uomini e no (1945).
Nella sua opera è forte la tendenza al simbolismo, a trasformare cioè la realtà in mito, il mito del mondo offeso, che sollecita l’impegno a sollevare l’umanità dalla condizione decaduta in cui versa.
Importante traduttore di romanzi americani, Vittorini denuncia senza indugi le aberrazioni della società fascista e tende al superamento della poetica neorealista della testimonianza storica, politica e sociale, per costruire, in Uomini e no, un’interpretazione generale della storia e del destino umano.
Carlo Levi, insieme a Corrado Alvaro e Ignazio Silone, con i loro romanzi Cristo si è fermato a Eboli, Gente di Aspromonte e Fontamara, rivitalizzano il filone meridionalista, ricollegandosi alla tradizione verista di Giovanni Verga.

Vi è poi un vasto filone di narrativa memorialistica, che ha in Primo Levi uno straordinario testimone.
In Se questo è un uomo e ne La tregua egli racconta gli orrori del lager di Auschwitz, nel quale fu recluso durante la seconda guerra mondiale,- e il viaggio di ritorno dopo la liberazione.
Lo scopo di Levi è quello di portare a riflettere sugli orrori vissuti e sulla possibilità, sempre attuale, che essi si ripresentino.
Al dovere della memoria si collega l’impegno critico a distinguere, nell’indifferenziato dell’universo concentrazionario, la sottile e impalpabile linea grigia che distingue il bene e il male, il carnefice e la vittima, il torturato e il torturatore.

Infine, ricordando che di due grandi giovani protagonisti della stagione neorealista, Pasolini e Calvino, parleremo più diffusamente in una prossima lezione, abbiamo scelto di chiudere con l’opera di Cesare Pavese, poeta e narratore a metà strada, come Vittorini, tra neorealismo e simbolismo, ma di questi molto più pessimista.
Il suo La casa in collina ruota intorno al tema del fallimento dell’intellettuale, incapace di interagire positivamente con la realtà; altri temi importanti e comuni ai maggiori intellettuali dell’epoca (Pasolini su tutti), sono quelli del rapporto tra città e campagna, tra storia e natura, tra infanzia ed età adulta.
La vena pessimistica culmina nel tema esistenziale della solitudine e nell’esito del suicidio del poeta, avvenuto a Torino nel 1950.