IL TRIONFO DELLA SPAZZATURA di Eugenio Montale

Lo sciopero dei netturbini
può dare all'Urbe il volto che le conviene.
Si procede assai bene tra la lordura
se una Chantal piovuta qui dal nord
vi accoglierà con una sua forbita
grazia più chiara e nitida dei suoi cristalli.
Fuori le vecchie mura ostentano la miseria,
la gloria della loro sopravvivenza.
Lei stessa, la ragazza, difende meglio
la sua identità se per raggiungerla
ha circumnavigato isole e laghi
di vomiticcio e di materie plastiche.
Qui gli ospiti nemmeno si conoscono
tra loro, tutti incuriosi e assenti
da sé. Il trionfo della spazzatura
esalta chi non se ne cura, smussa
angoli e punte. Essere vivi e basta
non è impresa da poco. E lei pure,
lei che ci accoglie l'ha saputo prima
di tutti ed è una sua invenzione
non appresa dai libri ma dal dio senza nome
che dispensa la Grazia, non sa fare altro
ed è già troppo.

(dal Diario del '71)


La poesia dell'ultimo Montale fra ‘trionfo della spazzatura’ e ritorno del passato

É presente nella poesia dell'ultimo Montale, da Satura (1971) in poi, il tema del rifiuto e del ‘trionfo della spazzatura’ nella moderna società industriale.
Gli anni del ‘miracolo economico’ (1956-1963) sono quelli del silenzio poetico montaliano: la certezza della inevitabile morte della poesia nella società contemporanea induce il poeta a tacere.
Quando, nel 1964, la rielaborazione del lutto per la morte della moglie Drusilla Tanzi (avvenuta l'anno prima) spinge Montale a scrivere di nuovo versi, questi non hanno più niente di sublime e di elevato, ma si pongono consapevolmente al confine fra poesia e non poesia; la poesia dell'ultimo Montale è caratterizzata, dunque, da un'evidente svolta in senso prosastico: per reagire al vuoto della parola consumata e banalizzata, al ‘trionfo della spazzatura’ che caratterizza la realtà travolta nel vortice dello sviluppo industriale, il poeta abbandona lo stile alto e concentrato che caratterizzava la sua poesia precedente da Ossi di seppia alla Bufera e altro, per una comunicazione più diretta, nella quale domina la parodia e l'ironia, lo scambio e la miscela tra livelli diversi.
Nel presente si apre, dunque, ormai appieno dinanzi agli occhi dell'anziano poeta «quel mare / infinito, di creta e di mondiglia» di cui Montale già aveva parlato in una poesia della quinta sezione della Bufera e altro: Proda di Versilia; già in questo testo del 1946, dopo un confronto fra il mare versiliese e le sue spiagge ed il mare ligure della sua infanzia e giovinezza, il poeta descrive un terzo mare viscido, argilloso e senza confini che è immagine della civiltà contemporanea «dove tutto – sono parole di un articolo del '65 – “è ipotetico, tutto è vero finché è vendibile ed è falso tutto ciò che non fa gola all'uomo economico”; “di mondiglia”: indecifrabile luogo di raccolta dove “le idee [...] scomparse” sono sostituite da scorie, residui, relitti [...]»e proprio Satura – come sottolinea Enrico Testa – è interpretata da Andrea Zanzotto, in un suo articolo, «come un “grande testamento”, imperniato sull'idea della vita come “detrito”»: la stessa poesia, nell'epoca della massificazione, è assimilata dal poeta al mondo sotterraneo degli scarti e dei residui («la poesia e la fogna, due problemi / mai disgiunti»
”Adattarsi al “trionfo della spazzatura” significa anche riconoscere la fine della poesia, o almeno di una poesia come l'aveva concepita Montale sino allora», in questo presente che tutto sommerge e confonde, il poeta inizia una rivisitazione della propria opera attraverso il recupero di situazioni, figure, temi delle sue raccolte poetiche precedenti, che vengono ora rovesciati e abbassati.
La poesia dell'ultimo Montale, da Satura in poi è infatti caratterizzata dalla parodia, con la quale il poeta colpisce non solo la società contemporanea, ma anche la letteratura in senso generale, i suoi rappresentanti più antologici (ad esempio D'Annunzio), ed anche «il monumento stesso della propria stessa poesia»