LA GERMANIA DEL PRIMO DOPOGUERRA: DALLA REPUBBLICA DI WEIMAR ALLA GRANDE CRISI (pag. 136 e segg.)

Nell’immediato dopoguerra in Germania, dopo l’abdicazione del kaiser Guglielmo II, venne proclamata la repubblica e il governo fu affidato provvisoriamente al leader socialdemocratico Friedrich Ebert, che s’impegnò a indire le elezioni di un’Assemblea Costituente. La situazione però era molto confusa ed agitata da fermenti rivoluzionari che vennero raccolti dalla Lega di Spartaco, associazione d’ispirazione comunista guidata da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Nei primi mesi del 1919 le tensioni si trasformarono in un vero e proprio tentativo d’insurrezione, che venne stroncato con la forza dall’esercito e dai Freikorps, sorta di bande paramilitari che rapirono e uccisero i leader spartachisti.
Stroncato nel sangue questo tentativo, si tennero le elezioni che diedero la maggioranza ai social democratici, i quali assunsero con Ebert la guida della Repubblica di Weimar, ma governarono d’intesa con le forze cattoliche del Zentrum.
Le condizioni poste alla Germania dal trattato di Versailles si rivelarono ben presto insostenibili, ingenerando nei tedeschi un sentimento di rivalsa che favorì due tentativi (falliti) di colpo di stato detti putsch (Kapp nel 1920 e Hitler nel 1923). Nel 1922 la Germania non riuscì a pagare la rata dei debiti di guerra e la Francia occupò militarmente le aree industriali della Ruhr e della Saar. La reazione degli operai tedeschi fu lo sciopero con la conseguente gravissima inflazione del 1923.(foto)
La stabilità politica fu ritrovata con il governo del liberale Streseman sul finire del 1923, grazie soprattutto al piano di aiuti americani (piano Dawes) che favorì il rilancio produttivo del paese, anche diluendo in tempi più lunghi i pagamenti alla Francia dei gravosissimi debiti di guerra decisi a Versailles.


bambini tedeschi giocano con mazzette di banconote
ai tempi dell'iperinflazione nel 1923

IL CROLLO DI WALL STREET E IL NEW DEAL DI ROOSEVELT (pag. 166 e segg.)

Dalla guerra gli Usa erano usciti indenni e rafforzati economicamente, non dovendo operare la riconversione delle proprie industrie. Le società finanziarie americane furono le protagoniste della ricostruzione europea e di conseguenza aumentò notevolmente l’indebitamento di Inghilterra, Francia e Italia, che si erano rivalse in particolare, come visto, sulla Germania. Gli Usa divennero così l’economia di riferimento, anche sotto il profilo finanziario e monetario, col passaggio al sistema monetario del Gold Exchange standard (1922) che affiancava all’oro il dollaro e la sterlina inglesi come valute di riferimento e di garanzia rispetto alle emissioni monetarie.
A Wall Street nel frattempo crescevano gli scambi azionari e il ricorso al credito per mantenere alti i consumi e il livello di vita anche tra gli strati sociali più bassi. Nacquero in quegli anni i primi pagamenti rateali dei beni duraturi di consumo e si viveva un generale clima di euforia: erano gli anni ruggenti del proibizionismo, della radio, del jazz. Allo stesso tempo gli Usa chiusero le loro frontiere alle importazioni e ai flussi migratori, accentuando le politiche repressive contro i lavoratori e gli immigrati. Sacco e Vanzetti, due italiani accusati ingiustamente di omicidio, furono giustiziati nel 1927, suscitando una vasta ondata d’indignazione.
Il ritorno ai normali ritmi di crescita dei paesi europei determinò a un certo punto un drastico calo delle esportazioni statunitensi, cui seguì un calo della produzione industriale. L’euforia e l’ottimismo svanirono improvvisamente il giovedì nero (24 ottobre del 1929) quando i titoli azionari crollarono in massa alla borsa di Wall Street.
Le banche non poterono più far fronte alla richiesta di liquidità mandando in crisi la gestione delle imprese; le imprese sospesero i pagamenti e ridussero la produzione; iniziarono licenziamenti in massa; crollò di conseguenza la domanda di beni di consumo a causa del minor potere d’acquisto; la produttività industriale ristagnò sempre più ed anche l’agricoltura fu investita dalla minor domanda e dalla riduzione dei consumi. Infine i prezzi dei beni crollarono e la crisi si estese rapidamente anche alle altre economie mondiali (Grande Depressione).
La reazione alla grande crisi produsse inizialmente in tutti i paesi spinte protezionistiche alla chiusura delle dogane per difendere le industrie nazionali e i mercati interni. Successivamente ciascun paese sperimentò strade diverse per uscire dalla crisi. Tra queste ricordiamo l’autarchia fascista e l’intervento statale con la fondazione di IMI e IRI, i piani quinquennali sovietici e l’austerità inglese. Ma furono gli Usa a mettere in campo la strategia più efficace, quella del New Deal. Con l’elezione del presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1932 si passò ad una nuova politica economica ispirata alle teorie dell’economista inglese John Maynard Keynes. Furono abbandonate le ricette liberali e fu realizzato un massiccio intervento statale con un grande piano di opere pubbliche gestito attraverso la Tennessee Valley Authority.