CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA


Canto notturno di un pastore errante dell'Asia (1829-1830)

Altra canzone fondamentale per comprendere l'evoluzione della filosofia e della poetica leopardiana in questa fase è senz'altro il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Composto tra l'autunno e la primavera del 1829/30, il canto rappresenta la ricerca del senso dell'esistenza attraverso l'interrogazione della natura, destinate entrambe allo scacco. La natura, impersonata dalla luna, rimane muta e silenziosa.

Leopardi affida a un pastore il compito di esporre le proprie concezioni intorno alla vita. Come mai affida a un rozzo e incolto pastore un compito così difficile e gravoso? Perché il pastore esemplifica mirabilmente le sue concezioni ed è, inoltre, estraneo alla complessa epopea della ragione. Egli è dunque un'anima semplice che pone delle domande altrettanto semplici e spontanee alla luna, essere irrazionale. Si tratta di un dialogo tale solo all'apparenza, perché nella sostanza è un monologo. Pertanto il pastore, che può fare solamente domande, non è in grado di esporre alcuna risposta, perché a lui sfuggono le ragioni ultime intorno all'esistenza.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa l'ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e piú e piú s'affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu vòlto:
abisso orrido, immenso,
ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.

 

 

Nasce l'uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell'esser nato. Poi che crescendo viene,
l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole studiasi fargli core,
e consolarlo dell'umano stato:
altro ufficio piú grato
non si fa da parenti alla lor prole. Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga? Se la vita è sventura,
perché da noi si dura? Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.

 

Pur tu, solinga, eterna peregrina, che sí pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore rida la primavera,
a chi giovi l'ardore,
e che procacci il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore. spesso quand'io ti miro
star cosí muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano; e quando miro in cielo arder le stelle; dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l'aria infinita, e quel profondo infinito seren? che vuol dir questa solitudine immensa? ed io che sono?
Cosí meco ragiono:
e della stanza smisurata e superba,
e dell'innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti d'ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so.
Ma tu per certo, giovinetta immortal,
conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell'esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata, che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno quasi libera vai;
ch'ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma piú perché giammai tedio non provi. Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
tu se' queta e contenta;
e gran parte dell'anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra, e un fastidio m'ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge sí che, sedendo, piú che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto. Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno. se tu parlar sapessi, io chiederei:
- Dimmi: perché giacendo a bell'agio, ozioso,
s'appaga ogni animale;
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?


Forse s'avess'io l'ale da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo, piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna, è funesto a chi nasce il dí natale.

Che fai tu luna in ciel! Dimmi che fai o luna amica del silenzio?
Spunti la sera e vai
illuminando i deserti, quindi tramonti non sei ancora soddisfatta
di ripercorrere gli eterni sentieri del cielo? Non provi affatto noia, sei ancora desiderosa di contemplare queste valli?
La vita del pastore è simile alla tua vita Si alza alle prime luci dell’alba
e spinge il gregge oltre il suo campo, per vedere altri greggi, altre fontane, altri prati; infine stanco si riposa con il sopraggiungere della sera non spera di vedere mai cose diverse (monotonia). Dimmi o luna, che significato ha la vita del pastore, e la vostra vita per voi?
Dimmi: dove mena questo mio breve vagare, il tuo percorso immortale ?

Nella seconda strofa, il poeta-pastore anziché dare delle risposte, fa un'accurata rappresentazione della vita umana davanti ala luna

Vecchio coi capelli bianchi, malato, mal vestito e scalzo, con un pesantissimo fardello sulle spalle, attraverso le montagne e le valli, attraverso sassi sporgenti, sabbia e cespugli, con il vento con la tempesta, sia d’estate quando fa caldo, sia d’inverno quando tutto è gelo, come senza mai fermarsi,attraversa torrenti e paludi, cade, si rialza, e si rimette poi in cammino senza riposarsi mai, lacero, sanguinoso; fino a quando arriva nel luogo dove tutte le sue fatiche furono indirizzate (morte), orrido abisso, smisurato, nel quale, precipitando, dimentica ogni cosa. Intatta Luna, questa è la vita degli uomini.

Nella terza strofa, il poeta espone, attraverso ulteriori prove, la miseria della vita umana.

L’uomo nasce a fatica, e già alla nascita rischia di morire. Per prima cosa prova angoscia e sofferenza; e già in principio i genitori cercano di consolarlo per essere nato. Poi man mano che cresce, i genitori lo sostengono e cercano, in seguito di incoraggiarlo con azioni e parole, e cercano pure di consolarlo: i genitori non compiono altro compito più gradito di questo. Ma perché far nascere, perché mantenere poi in vita chi bisogna consolare? Se la vita è sventura, perché la facciamo durare? In attingibile Luna, tale è la condizione degli uomini. Ma tu non sei mortale e forse poco ti importa delle mie parole.

Nella 4a strofa il pastore continua il suo dialogo con la luna, attribuendo ad essa la conoscenza della finalità dell'esistenza
umana
.

Eppure tu, solitaria, eterna viandante del cielo, che sei così pensierosa, tu forse intendi che cosa sia questa vita terrena, le nostre sofferenze, i sospiri, che cosa sia questo morire, questo estremo scolorare del nostro sembiante, questo perire della terra, e il venir meno a ogni solita
compagnia di amici. Anche tu certamente comprendi il perchè delle cose, e vedi l'utilità del mattino, della sera, del silenzioso incessante trascorrere del tempo. Tu sai, certamente, a qual suo dolce amore sorrida la primavera, a chi sia d'aiuto il caldo, e a cosa serva l'inverno con i suoi ghiacci. Tu conosci mille cose, ne riscopri altrettante,che sono nascoste al semplice pastore. Spesso quando io ti contemplo mentre stai silenziosa sulla solitaria pianura, che all'orizzonte confina con il cielo;oppure mentre mi segui quando sono in compagnia della mia greggia; e quando guardo in cielo luccicare le stelle, dico pensando fra me che fanno tante luci ?
che cosa fa l'aria infinita e quel profondo sereno infinito ?
Che cosa significa questa solitudine immensa ?E io che cosa sono?>. Così ragiono nella mia mente e io non so trovare alcuna utilità, alcuna ragione, sia intorno alla vita dell'universo, sia intorno alla società; e poi non so pure trovare il significato dei numerosi movimenti degli astri, delle cose terrene che girando senza posa ritornano poi al punto di partenza. Questo soltanto io so, che dell'eterno movimento delle sfere celesti, della mia precarietà di uomo qualche utilità e gioia l'avrà forse qualcun altro; per me la vita è male.

Nella 5a strofa, il poeta cambia l'interlocutore del pastore: non è più la Luna, ma il suo gregge. Non cam bia però nulla, dal punto di vista della sostanza, perché anche in questo caso l'interlocutore al quale si rivolge è un essere irrazionale

O gregge mia che riposi, o te beata che, credo non conosci la tua miseria. Quanta invidia ti porto.
Non solamente perchè sei sgombra di ogni dolore; che ogni fatica, ogni danno, dimentichi subito ogni paura; ma perchè non sai che cosa sia la noia. Anche io sto seduto sul prato, all'ombra, e mi angoscia, mi opprime la mente, e uno sprone (ansia) quasi mi spinge, così che, stando seduto, sono molto lontano dal trovare pace e riposo. Eppure non desidero nulla, e non ho fino a qui, alcuna ragione di pianto. Io non so ripetere quanto tu gioisca; ma certamente sei fortunata. Io invece sono poco felice, o gregge mia e non mi lamento solamente di questo. Se tu sapessi parlare, io ti chiederei < perchè riposando nell'ozio ogni animale è contento, invece, se io giaccio in riposo vengo assalito dalla noia?
>
Nella sesta e conclusiva strofa, al poeta sem bra di intravedere un'altra possibile felicità per l'uomo, ma si tratta solamente di un attimo, perché subito ricade nella realtà conosciuta, e precisamente nella concezione del pessimismo cosmico: è infelice, secondo lui, non solam ente l'uomo, m a tutti gli esseri viventi nell'universo, dall'animale al filo d'erba

Forse, se io avessi le ali e potessi volare sopra le nubi, e contare le stelle ad una ad una, oppure se potessi errare come il tuono di colle in colle, sarei più felice, dolce mia greggia, sarei più contento, candida Luna.
O forse il mio pensiero si allontana dal vero, quando guarda alla sorte altrui forse in qualunque forma, in qualunque condizione dentro una tana o una culla, il dì natale è un giorno di lutto per chi nasce.