LA GINESTRA


La Ginestra o il fiore del deserto (1836)

L'ULTIMO LEOPARDI- non ci soffermeremo sul Leopardi sepolcrale e sulle poesie amorose del ciclo di Aspasia dedicate al suo amore non corrisposto del secondo periodo fiorentino (dopo il 1830).
C' interessa invece cogliere nell'ultima composizione, La ginestra, il messaggio conclusivo del poeta, l'invito rivolto all'umanità affinchè realizzi quell'ideale di fratellanza universale che già era della prima rivoluzione francese. Se il dolore e l'infelicità sono il destino dell'uomo, se è già grave il peso che ogni uomo deve sopportare nel corso dell'esistenza, solo un rinnovato abbraccio universale dell'uomo con l'uomo, oltre le ideologie progressiste interessate e infondate, può rendere meno duro questo destino.

riportiamo la prima e l'ultima strofa, insieme al commento di tutto il canto
in allegato il testo e la parafrasi in versione integrale

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. Giovanni, III, 19

Qui su l'arida schiena 1
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null'altro allegra arbor né fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi, 5
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De' tuoi steli abbellir l'erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de' mortali un tempo, 10
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante, 15
E d'afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell'impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona; 20
Dove s'annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro 25
Di muggito d'armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de' potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l'altero monte 30
Dall'ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme.
Or tutto intorno Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo 35
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d'esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura 40
All'amante natura.
E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell'uman seme,
Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla 45
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell'umana gente 50
Le magnifiche sorti e progressive.

 

(...)
Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall'ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento 240
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite 245
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell'ostel villereccio, alla vagante 250
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall'inesausto grembo
Su l'arenoso dorso, a cui riluce 255
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l'acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli, 260
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontan l'usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo, 265
Preda al flutto rovente,
Che crepitando giunge, e inesorato Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l'antica obblivion l'estinta 270
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all'aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file 275
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell'orror della secreta notte 280
Per li vacui teatri,
Per li templi deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per vòti palagi atra s'aggiri, 285
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l'ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno 290
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino Che sembra star.
Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede: 295
E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.
E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza 300
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l'avaro lembo
Su tue molli foreste.
E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente 305
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle, 310
Né sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell'uom, quanto le frali 315
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

 

Il versetto del Vangelo posto ad epigrafe allude alla polemica condotta nel canto contro le idee contemporanee.

Qui sul fianco riarsodel monte Vesuvio tremendo annientatore
che nessun altro tipo di vegetazione rallegra spargi tutt'intorno i tuoi cespugli solitari profumata ginestra.
pur appagata dell'aridità. Ti ho visto ancora adornare con i tuoi cespi le solitarie campagne che circondano la città che fu un tempo dominatrice di popoli (Roma) e sembrano rivolgere al viandante col loro cupo e silenzioso aspetto un monito (sulla caducità di tutte le cose). Adesso torno a vederti in questo luogo te che prediligi questi luoghi tristi e abbandonati compagna di rovinate grandezze. Questi campi cosparsi
di ceneri e di lava pietrificata che nulla lasciano crescere e che risuona sotto il passo del viandante; dove ha il suo nido e si contorce al sole la serpe e dove il coniglio
ha la sua abituale tana sotterranea;
Furono villaggi prosperi e campi coltivati
e biondeggiar di messi e risuonare di mandrie al pascolo
lì furono giardini e palazzi
che offrirono gradita ospitalità
al riposo dei potenti;
e furono città famose tutte distrutte insieme ai loro abitanti
dai torrenti di lava fuoriusciti
dal cratere infuocato. Oggi le rovine avvolgono il paesaggio desolato
dove tu solo dimori, o fiore gentile e quasi rivelando compassione per le altrui sciagure emani un profumo dolcissimo, che sale verso il cielo e che consola questo luogo di desolazione.
Venga qui chi ha l'abitudine di esaltare con ottimismo la nostra condizione e vegga come ha cura del nostro genere
la cara natura. E qui potrà anche giudicare opportunamente la potenza del genere umano che la natura, crudele nutrice, quando l'uomo meno
l'aspetta, con una piccolissima scossa può distruggere in parte e con poco maggior impegno distruggere del tutto. Su questi pendii sono ben rappresentate le sorti splendide e in continuo progresso del'umanità.

La natura è perennemente giovane.

Son passati ben 1888 anni da quando sparirono sepolti dalla forza della lava infuocata le città popolose di Ercolano, Pompei e Stabiae ancora il contadino che cura i vigneti coltivati a stento in questa terra arida guarda con apprensione la sommità del vulcano da cui dipende il suo destino (fatal) che per niente rabbonita sovrasta tremenda e ancor minaccia di far strage di lui, dei figlie dei poveri loro averi.
E spesso il meschino, trascorrendo la notte insonne all'aperto, sul tetto
della sua modesta abitazione
e svegliandosi più volte di soprassalto scruta con attenzione l'avanzare del fronte lavico sul pendio sabbioso
al cui bagliore riluce la marina di Capri,
il porto di Napoli e Mergellina.
E se vede la lava avvicinarsi o sente gorgogliare nella profondità del pozzo l'acqua (che ribollendo segnala il sopraggiungere della lava)
sveglia di corsa i figli e la moglie
e fugge via con quante più cose riesce a portarsi. Poi guarda da lontano la sua abitazione di sempre
e il piccolo podere che gli fu unica difesa dalla fame divorati dal flutto rovente, che giunge crepitando e inesorabilmente travolge tutto.
Pompei l'estinta torna alla luce
dopo lunghissimo oblio, come uno scheletro dissepolto che l'avidità o la pietà restituiscono alla luce
togliendolo alla terra e il visitatore contempla dalla piazza deserta dalle fila dei colonnati diroccati
la sommità del Vesuvio biforcuto
e la cima fumante che ancora minaccia le rovine sparse d'intorno.
E nell'orrore della notte che cela ogni cosa attraverso i teatri vuoti
e i templi devastati e per le case sfondate dove il pipistrello nasconde i piccoli per proteggerli come una fiaccola infausta, che lugubre (atra) si aggiri per i palazzi vuoti, avanza il bagliore della lava che porta tutto con sé e da lontano rosseggia nelle tenebre della notte e colora i luoghi tutto intorno
Così la natura sta immobile, sempre giovane indifferente all'uomo, alle età che egli chiama antiche e al succedersi delle generazioni
o meglio, procede così lentamente
che sembra immobile. Intanto i regni i popoli, le nazioni, vanno in rovina, la natura assiste impassibile
e l'umanità rivendica a sé, con arroganza, il vanto dell'immortalità.
E tu ginestra flessibile,
che adorni con i tuoi cespugli profumati queste campagne desolate
anche tu presto soccomberai al potere crudele del fuoco sotterraneo,
che ridiscendendo per il medesimo percorso stenderà sui tuoi cespugli pieghevoli il suo flutto infuocato avido di distruggere e bruciare tutto ciò che incontra. E piegherai senza alcuna resistenza il tuo capo innocente sotto quel peso mortale (fascio immortal)
Ma non avrai piegato il tuo capo fino allora per supplicare inutilmente e codardamente davanti al fuoco della lava che sta per sopprimerti. E non avrai mai alzato il tuo capo alle stelle
con insensata presunzione
né sul deserto dove, non per tua volontà ma per caso
sei nata e cresci tanto più saggia e tanto meno insensata dell'uomo, in quanto mai hai avuto la presunzione
di ritenerti, tu e la tua stirpe, fatta immortale per tuo stesso merito o per destino.

 

ANALISI DEL TESTO

Prima strofa: la prima strofa insiste sull’opposizione tra il paesaggio del deserto e la figura della ginestra come tra i corrispettivi dell’aridità e del profumo. Il primo elemento definisce un ambiente assolutamente antidillico, presente in 3 quadri: il formidabil monte (la potenza distruttiva del vulcano), le erme contrade (attorno a Roma richiamano il potere distruttivo del tempo) e le ceneri infeconde e l’impietrata lava (immagine di morte, oggettivazione sensibile del destino delle creature). Dall’altra parte vi è la ginestra, gentile e profumata, che rappresenta la consolazione e la pietà verso la sofferenza degli uomini perseguitati dalla natura.Una pietà e un conforto che si esprimono soprattutto attraverso la poesia e che alludono al tema centrale della solidarietà umana. A livello stilistico i due poli dell’opposizione sono rappresentati da una parte con suoni aspri e secchi e aggettivi lunghi (formidabil, sterminator) che danno il senso di un incombere minaccioso; dall’altro attraverso una delicata musicalità, sebbene non più idillica, cioè basata sull’illusione dei sensi, bensì densa di pietas. Nella parte finale si ha il brusco passaggio dal motivo lirico a quello polemico (verso 37), giocato sui toni di un corrosivo sarcasmo.

Seconda e terza strofa: sono due strofe ad argomento polemico, che hanno come bersaglio il ritorno in auge delle concezioni spiritualistiche e religiose, che secondo Leopardi, materialista convinto, significa l’abbandono della vera via del progresso e il ritorno a concezioni tipiche dell’oscurantismo superstizioso medievale.
A questi atteggiamenti, che considera vili e spregevoli, contrappone la propria figura eroica e solitaria, l’orgogliosa rivendicazione della propria nobiltà spirituale (verso 63-64 Non io /con tal vergogna scenderò sottoterra).Nella terza strofa il poeta definisce LA VERA NOBILTA’ SPIRITUALE, che non consiste nel proclamare con fetido orgoglio la grandezza dell’uomo e profetizzare ad esso un destino di inaudita felicità, ma nel guardare coraggiosamente in faccia il destino comune e nel dire il vero sulla condizione infelice ed effimera dell’uomo. Importante in questo passaggio è il superamento delle posizioni espresse nella Palinodia che negavano qualsiasi possibilità di progresso all’uomo. Nella Ginestra vi è invece l’affermazione di uno stretto rapporto tra pessimismo e progresso dell’umanità; proprio la consapevolezza comune del comune nemico dovrà spingere l’uomo ad allearsi in una solidarietà e fraternità reciproca più stretta, rinunciando alla lotta secolare dell’uomo contro l’uomo, per rivolgere le proprie forze comuni verso la natura. Compito dell’intellettuale è rendere questa verità palese al vulgo, diffondere la consapevolezza del vero, indicare il vero nemico contro cui combattere (compito a suo tempo assolto dalla civiltà dei lumi).

Quarta strofa: registra un cambio di tono nell’andamento sinfonico della composizione, passando dalla polemica ad uno scorcio paesistico tipicamente antidillico; lo stesso paesaggio della prima strofa, in cui si affaccia ora la figura del poeta, questa volta senza i filtri della memoria o i filtri fisici già presenti in A Silvia. Qui l’io è immerso nella realtà esterna, ma non la rifugge, bensì la sfida apertamente, eroicamente Ed è una realtà scabra, orrida, funebre, non più trasfigurata da alcuna illusione, che rappresenta in tutta la sua tragicità la vera condizione dell’uomo. Prevale quindi la poetica del vero su quella idillica del caro immaginar. Così nella rappresentazione dell’infinito della volta celeste non si tratta più dell’infinito dell’immaginazione giovanile ma di un infinito del vero cui il poeta approda muovendo da una vasta meditazione sulla nullità della terra e dell’uomo nell’universo. Alla fine di questa strofa, dall’andamento sintattico ampio e complesso, emerge l’atteggiamento del poeta di fronte alle posizioni spiritualiste, fiduciose, ottimistiche, superbe, dell’uomo suo contemporaneo, in bilico tra riso per la stoltezza e pietà per le sofferenze umane.

Quinta strofa: riprende il motivo della prima, e cioè la potenza distruttiva della natura; elementi stilistici e sintattici quale l’insistente ricorrere di gruppi di fonemi composti da nasale e consonante e l’ampio movimento sintattico rendono la dinamicità della scena. Grande rilievo ha anche la metafora dell’utero tonante che dà urgenza e visibilità concreta all’idea di una natura “madre di parto e di voler matrigna” IL ritmo è accelerato dalla prevalenza dei settenari che rendono bene la rapidità delle fasi del cataclisma, mentre gli endecasillabi e il polisindeto rendono bene la descrizione della massa dei materiali accumulati e il senso dell’accumulo immenso e incombente di materia.

Sesta e settima strofa: tutta giocata sul motivo del tempo e sul contrasto tra mutevolezza del tempo umano e immobilità di quello naturale; vi è la contrapposizione tra l’idillio iniziale e l’immagine grandiosa e sinistra della natura devastatrice. Nel secondo quadro emerge il tema delle rovine antiche e ancora del tempo della natura, contrapposto alla miseria dell’uomo, mentre nell’ultima strofa si chiude il circolo aperto all’inizio, con la ripresa del tema della ginestra e del suo significato simbolico di pietà per la desolata condizione delle creature. Ma successivamente si affermano ulteriori significati, come quello della ferma resistenza della vita alla distruzione, che allude all’ideale del comportamento nobile ed eroico dell’uomo già delineato nella terza strofa; la pianticella piega inesorabilmente il capo di fronte alla soverchiante potenza distruttrice, ma questa sconfitta non cancella la sua dignità, poiché essa non si è mai piegata alla supplica dell’oppressore (come

fa lo spirito religioso), nè ha levato il capo al cielo superbamente e orgogliosamente volendo imporre il suo dominio sulla natura (come fa il secol superbo e sciocco sull’onda di un falso ottimismo).

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

E' l'opera in cui si rivela l'eroismo ed il titanismo leopardiano, pronto ad offrirsi alla morte senza supplicare aiuto e senza cercare conforto nella provvidenza divina o nell'ottimismo della ragione scientifica.
Gli aspetti principali della composizione sono:
il paesaggio deserto del Vesuvio,
la ginestra, fiore delicato e fragile che, col suo profumo, sembra offrire consolazione a paesaggi aspri e desolati, pronta a chinare il suo stelo, senza viltà alla Natura onnipotente.
La furia cieca ed inesorabile del Vesuvio richiama per contrasto la stupida superbia degli uomini, che, timorosi di prendere atto della loro vera condizione, abbandonano le certezze razionali per affidarsi alle illusioni religiose.
La natura crudele e violenta sembra suggerire invece come unico rimedio la fratellanza degli uomini che, essendo tutti ugualmente sottoposti alla sua onnipotenza, dovrebbero unirsi contro di essa.
La ginestra con il suo umile piegarsi alla furia della lava incombente è maestra di dignità per il genere umano.


 


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