L'UNITA'
L’unità d’Italia venne proclamata il 17 marzo 1861
dal Parlamento riunitosi a palazzo Carignano a Torino, al termine del
processo risorgimentale, e cioè dopo la seconda guerra d’indipendenza
(1859) e la spedizione garibaldina nel sud Italia (1860).
Alle popolazioni delle regioni liberate era stato chiesto di esprimere
la propria volontà di unirsi al Regno di Sardegna
attraverso vari plebisciti, che avevano dato esito
favorevole.
Numerosi erano tuttavia i problemi irrisolti in questa prima fase della
storia nazionale.
Prima di tutto vi erano ancora dei territori non liberi, italiani di
lingua, di memorie, di sangue, ma ancora sottomessi ad autorità
straniera, come il Veneto, il Trentino, il Friuli Venezia Giulia.
Vi erano inoltre i territori dello Stato Pontificio e in particolare
Roma, sotto il governo del Papa, che però i patrioti italiani
speravano tornasse ad essere la capitale del regno. (QUESTIONE
NAZIONALE E QUESTIONE ROMANA)
Vi era infine un notevole divario sociale ed economico
tra le varie regioni d’Italia, in particolare tra NORD e SUD,
che l’unificazione finì per accentuare ulteriormente. L’accentramento
politico, finanziario ed amministrativo che si accompagnò all’unificazione
danneggiò le finanze e l’economia dell’ex regno delle
due Sicilie, il cui bilancio in attivo servì ad appianare i debiti
contratti dal regno piemontese per sostenere le guerre d’indipendenza.
La politica liberista del governo della destra storica danneggiò
inoltre l’agricoltura e la debole industria meridionale, sottoposte
alla concorrenza estera, in particolare americana e francese.(QUESTIONE
MERIDIONALE) .
IL
GOVERNO DELLA DESTRA STORICA
La destra
storica governò dal 1861 al 1876
realizzando importanti obiettivi, come la conquista di Roma capitale
e la parificazione del bilancio. In questo periodo però il governo
rimase sotto il controllo dell’aristocrazia terriera meridionale
e della grande borghesia settentrionale, mentre la
partecipazione popolare alla vita politica fu pressoché nulla.
Solo l’1,9% della popolazione (420 mila uomini) aveva il diritto
di voto e tutta l’area cattolica non partecipava in ossequio al
non expedit pronunciato dal pontefice Pio IX dopo la conquista
piemontese di Roma (vedi QUESTIONE ROMANA).
Il controllo del territorio era garantito dai prefetti,
che detenevano ampi poteri e svolgevano compiti di controllo e supervisione
sulle amministrazioni locali.
Particolarmente negativa fu la reazione delle plebi meridionali a questo
nuovo assetto politico.
Il risentimento contro il
governo nasceva dalle gravi condizioni economiche, ma anche dalla cancellazione
di alcuni tradizionali privilegi concessi in passato dai sovrani borbonici,
in particolare i cosiddetti usi civici dei
territori demaniali (raccolta della legna, dei frutti spontanei, pascolo
etc.), che furono privatizzati e recintati. Particolarmente odiosa era
considerata inoltre la norma che prevedeva la coscrizione
obbligatoria dei giovani e la scuola obbligatoria
per i ragazzi, che venivano viste come vere e proprie sottrazioni di
forza lavoro alle famiglie. (vedi QUESTIONE
MERIDIONALE).
IL
BRIGANTAGGIO
Di conseguenza
si diffuse in tutto il meridione il fenomeno del BRIGANTAGGIO,
un movimento guerrigliero che rivendicava la fedeltà al papa
e al re borbone e che praticava il saccheggio e la violenza, sostenuto
da un ampio consenso popolare. Per contrastare questo fenomeno il governo
piemontese emanò una serie di provvedimenti speciali, tra cui
la Legge Pica (1863) e sostenne una forte azione di
repressione, affidata all’esercito, che condusse una vera e propria
guerra al brigantaggio e che lasciò sul terreno diverse migliaia
di morti.
In Sicilia le tendenze separatiste e antistatali già presenti
durante l’età borbonica tornarono a manifestarsi con forza
nei primi anni dell’unità. Allo stato visto come nemico,
che affamava le plebi, strozzava con le tasse e impoveriva la società
con il servizio militare obbligatorio, si venne a contrapporre
il sistema della mafia, una sorta di contropotere locale fondato
sulle clientele e collegato ad attività illegali, che si svilupperà
sempre più nel corso del tempo, nonostante le denunce dei primi
meridionalisti (Sonnino, Franchetti, Fortunato), i quali invocavano
la soluzione delle ingiustizie attraverso una riforma agraria
e l’alleggerimento della pressione fiscale.
LA
CADUTA DELLA DESTRA STORICA
In realtà
il governo della destra storica, con le sue politiche liberiste
e con la scelta di operare un rafforzamento della tassazione
indiretta, danneggiò fortemente i ceti popolari e in
generale l’economia meridionale.
Il risentimento delle plebi toccò l’apice con la famigerata
tassa sul macinato, imposta dal ministro Quintino Sella
e che colpiva fortemente i ceti popolari.
Ma il governo della destra storica cadde nel 1876 non
per l’ostilità delle plebi meridionali, bensì per
contrasti interni sul progetto di nazionalizzazione delle ferrovie,
voluto dal governo ma fortemente osteggiato dalla sinistra e dai banchieri
e finanzieri che avevano dato vita alle compagnie ferroviarie.
Il presidente del consiglio Marco Minghetti perse la
fiducia del Parlamento e la guida del governo passò al capo della
sinistra storica Agostino DePretis. (gli storici parlano
di rivoluzione parlamentare e di trasformismo, perché
il passaggio dei poteri non avvenne al seguito di una votazione popolare).